Intervista al paziente: la gastroscopia

gastroscopia

Il paziente racconta: ansie, disagi e svolgimento della gastroscopia descritte da chi non indossa il camice.

Il nostro paziente, Nicola, è stato cosi gentile da rispondere alle nostre domande e raccontarci le sue impressioni a caldo dopo aver eseguito una gastroscopia.

Nicola è un uomo di 31 anni, 82 kg, alto 1.80, impiegato, con uno stile di vita prevalentemente sedentario; dopo diversi mesi in cui ha sofferto di acidità e bruciore di stomaco, mal di testa dopo i pasti e sonnolenza durante la digestione ha deciso di rivolgersi ad un gastroenterologo.

Qual è stata la diagnosi del gastroenterologo?Dopo avergli raccontato i miei sintomi ha subito ipotizzato che potesse trattarsi di reflusso gastroesofageo. Mi ha prescritto Omeprazolo (un inibitore della pompa protonica) e in caso la situazione non fosse migliorata avrei dovuto sottopormi ad una gastroscopia.”

Conoscevi la gastroscopia prima di allora? “Solo per sentito dire, sapevo vagamente che si trattasse di un tubo che ti viene infilato in bocca e come idea non mi era mai piaciuta granchè; è una di quella cose di cui non ti interessi finchè non ti riguarda in prima persona.”

Quando hai deciso di prenotarla? “E’ passato pià di un anno da quella visita e ammetto che per pigrizia ho aspettato fin troppo tempo. Poi è successo che per qualche giorno ho scordato di prendere il farmaco e sono andato incontro un malessere indescrivibile, tanto da non dormire la notte, e allora mi sono deciso. Consiglierei a tutti di non rimandare mai queste cose “

Come ti sei preparato? Qualcuno ti ha dato consigli? “No nessuno, ho cercato su internet. -ridacchia- La sera prima ho mangiato pochissimo e la mattina mi sono presentato digiuno.”

Ci racconti, infine, come è andata la gastroscopia? “Anzitutto c’è da dire che io, personalmente, odio vomitare. Si, qualcuno potrà pensare che nessuno ama vomitare ed è vero, ma io già al solo pernsarlo mi sembra di viverlo. La sera prima della gastroscopia ho provato a mettermi un dito in gola, così, cercando di restare calmo. Niente, i riflessi incondizionati non sembrano condizionabili men che meno dalla volontà. Quindi mi sono rassegnato. La mattina in realtà ero piuttosto tranquillo, la cosa che più mi pesava era aspettare. Avanti e indietro, avanti e indietro, come in gabbia, nella sala d’attesa. Tra l’altro pioveva, c’era aria di influenza e le diverse persone anziane, con il loro tossire continuo, mi mettevano più ansia che l’esame endoscopico in sé. C’è da dire che avevo letto, tra le tante utili informazioni, anche di alcune fuorvianti: ad esempio che occorreva respirare con il naso, e quindi che fosse sconveniente andare a farla essendo raffreddati. D’altra parte la donna che asseriva di non riuscir a respirare era sopravvissuta quantomeno per raccontarlo in quell’allarmante testimonianza. Ovviamente anch’io, quel giorno, ero raffreddato, e, nonostante fossi il più giovane in sala, anche io tossivo. Poi finalmente l’attesa era finita. L’infermiera percorreva il corridoio dove i pazienti non potevano sostare diretta alla sala d’attesa. Io, che aspettavo impaziente in quel corridoio, avendo controllato i numeri e fatto i miei calcoli, le andavo incontro sicuro che fosse il mio numero e il mio turno. E avevo ragione. L’infermiera, devo dire molto gentile, mi aveva precedentemente consegnato una liberatoria da firmare in modo da rendermi consapevole che se per caso mi avessero bucato lo stomaco causandomi, un’improbabile, emorragia interna, volendo, potenzialmente mortale, non avrei avuto nulla a che pretendere dall’ospedale o giù di li. Fiducioso nelle competenze specialistiche dei camici bianchi e confidando nella legge dei grandi numeri (perché mai proprio a me?!) mi appropinquavo nella stanza dell’esame. Tolto il maglione e gli occhiali mi son avvicinato al lettino e li, il grande dilemma. “Vuole essere sedato? O preferisce un po’ di anestesia locale?” Il mio sguardo, vuoi per la domanda cui non sapevo rispondere, vuoi per la l’assenza dei miei occhiali da vista, dovrà esser parso ben poco sveglio. La mia risposta: “Non saprei, è la mia prima volta, un consiglio?”. In effetti l’idea di farmi sedare non era male, una bella iniezione di tranquillanti e passava la paura. Il problema è che io non avevo paura, semplicemente non volevo vomitare. “Se la sediamo lei si calma ma non è che le van via i conati di vomito, eh?”. Se tanto mi dà tanto, che mi sedo a fare? E invece mi sono seduto e ho optato per un’ anestesia locale con il comodo spray. Ho sentito la gola chiudersi e dopo qualche secondo di paura l’infermiera mi ha spiegato che fosse normale. Mi sdraio su un fianco, arriva il medico, mi mettono un telo/asciugamano sotto la testa e davanti: “Questo serve se vomita”. “Andrà tutto bene, lei può respirare normalmente, noi passiamo da un altro canale e vediamo tutto, sappiamo dove andare” Ci mancherebbe! Ma in effetti aveva ragione. Ovvio che non dovevano farmi una foto agli alveoli polmonari, ma c’era la tizia, se ricordate, che aveva scritto di non riuscire a respirare con il naso chiuso! E invece si respira benissimo! Cioè, si respira insomma. Prima di iniziare mi danno un boccaglio, una specie di tubo bianco da tenere tra i denti e dove far passare la sonda onde evitare che il paziente la strappi letteralmente a morsi. Bene, quel boccaglio è il tuo migliore amico li dentro. Lo metterai in bocca, ne verificherai le dimensioni e al momento giusto lo morderai stile bastone di legno nelle operazioni di chirurgomacelleria segagambe dei film pirateschi/medioevali. Allora il tubo è nero e grosso, non fraintendetemi, sarà un centimetro e mezzo? Ma me lo aspettavo più sottile, un po’ fa impressione li per li. Ecco, si avvicina, ormai non puoi farci più nulla, se non sbaglio l’infermiera mi tiene la testa, io provo a respirare con calma, a concentrarmi ma niente. Niente non c’è nulla da fare il tubo entra e va giù e io inizio ad muover la testa in convulsioni come se mi stessi vomitando l’anima. Tutto ok dicono. E in effetti è così. Conato, non vomiti nulla (se hai fatto colazione meglio far l’esame un altro giorno eh) e poi passa. Ad un certo punto, calmandomi, respirando lentamente, ero riuscito anche ad abituarmi all’invasiva presenza, si, giusto un attimo, poi il medico dice: andiamo ancora più giù. E giù a vomitare. Li il boccaglio ti salva, mordi, stringi. Per fortuna l’esame dura molto meno di quanto previsto nelle mie peggiori previsioni. Cinque minuti? Su internet avevo letto almeno 15! Mi sembra talmente poco che mi chiedo: che hanno visto? Scriveranno che soffro di reflusso, ma questo già glielo avevo detto io, e non mi daranno nessuna nuova, utile informazione. E invece non è andata così, sono stati rapidi, ma hanno avuto anche il tempo di scattare una bella fotografia. Rapidi e indolori. Bè, si, a parte i conati di vomito e il fatto che quando ti alzi hai gli occhi pieni di lacrime. In fondo è solo una gastroscopia, sempre meglio che una colonscopia!”

Ringraziamo Nicola per la sua disponibilità e la piacevole ironia con cui ci ha raccontato la sua esperienza; speriamo che il suo racconto riesca a rassicurare chi in futuro dovrà sottoporsi ad una simile pratica. Ci teniamo a sottolineare che per sapere cosa fare quando si ha bisogno di aiuto non si deve cercare la risposta su internet ma ci si rivolge sempre al medico!

 

gastroscopio